Ad M il respiro si faceva affannoso non appena qualcuno provava ad entrare nella sua stanza. Era un’oppressione indicibile, più forte di lui e di ogni rinnovata illusione: ogni nucleo di speranza sfumava alla vista d’un’ombra sul margine della porta, ed un peso gli calava sul petto, e premeva fuori il respiro per non farlo rientrare. A niente valevano i suoi sforzi, ed ogni tentativo risolveva in urla strazianti e convulsioni spastiche.
Fu giusto una mattina, d’improvviso, quando la madre salì a svegliarlo, perso in un sonno eccessivo, ch’ella gl’apparve in forma aberrante di mostro: “sveglia” diceva “sei in ritardo”, e la cara voce stonava coll’allucinante sembianza.
M ristette, cercando in sé la giusta presenza. Sogni ancora vaghi sfumavano nella sua mente, mentre si scopriva sveglio e vigile, ben cosciente, ed il cuore a battere sempre più forte. La ricacciò, quindi, indietro schizzando a sedere sul letto, in uno spasmo come se un veleno scorresse nelle sue vene ad attentar alla sua stessa vita. Si lanciò rannicchiandosi in un angolo della stanza, tremante ed illividito.